Astronomia e Unita’ d’Italia

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Guardavano le stelle, sognavano l’Italia

M. Arpino – Planetario di Milano

Sebbene molto imbarazzata, l’Italia trovò duecentomila lire nelle tasche de’ suoi figli, ma rovistandovi bene. Se avesse avuto la Venezia, avrebbe fatto di più, ma insomma la Venezia non l’aveva”.

– Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, 1865

Qualche tempo dopo la fine della Guerra di Secessione i soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, annunciano che un proiettile lanciato da un cannone di loro invenzione è in grado di raggiungere la Luna. Da tutto il mondo arrivano sottoscrizioni per finanziare l’impresa. L’Italia, appena unificata ma ancora senza il Veneto, contribuisce come può…

…fin qui la fantasia di Jules Verne.

Anni dopo, nel 1882, il Regno d’Italia spenderà realmente 250 mila lire per dotarsi di un telescopio rifrattore da 49 cm di diametro per l’Osservatorio di Brera, allora il maggior telescopio italiano.

Il nuovo stato unitario eredita infatti dai vari staterelli pre-unitari dieci osservatori astronomici il cui mantenimento
implica una notevole dispersione di fondi e di risorse. Per di più gli strumenti sono superati, le ricerche, di conseguenza di modesta qualità. Nelle altre nazioni europee come Francia e Germania, la dotazione finanziaria di un solo osservatorio equivale a quella di tutti i dieci osservatori italiani. In Italia non c’è poi come altrove uno sviluppo significativo dell’astronomia privata, tale da fornire importanti contributi alla ricerca astronomica. Il caso
del milanese Ercole Dembowski e del suo catalogo di stelle doppie è l’unico meritevole di essere segnalato. Ma un altro personaggio, Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore de “Il Gattopardo”, è un astronomo privato che nel 1853 fonda il proprio osservatorio astronomico. Sarà trasposto nel
protagonista del romanzo: il Principe Fabrizio Salina.

Nel 1859 ad Heidelberg in Germania, Bunsen e Kirchhoff compiono una serie di sorprendenti scoperte sulla luce emessa da sostanze chimiche. Se questa si fa passare attraverso un prisma di vetro, essa si scompone — come nell’arcobaleno — in una sequenza di colori solcati da righe, ottenendo lo “spettro”. E’ una tecnica che permette ai due studiosi non soltanto di ottenere una precisione mai vista nell’analisi chimica, ma anche di scoprire nel 1861 il Cesio e il Rubidio, elementi prima sconosciuti. Gustav Kirchhoff ha poi la felice intuizione a confrontare gli atlanti di righe da loro ottenuti in laboratorio con lo spettro del Sole e si accorge che le righe coincidono esattamente
con quelle di molti elementi chimici. Diventa possibile conoscere la composizione chimica del Sole.

L’analisi spettrale comincia quindi a muovere i suoi primi passi. Queste ricerche avranno un effetto dirompente sull’astronomia quando il prisma di vetro sarà collegato al telescopio.

Improvvisamente infatti si apre la possibilità, fino ad allora inimmaginabile, di conoscere la natura fisica e la composizione chimica dei corpi celesti: una prospettiva che rivoluziona il modo “classico” di concepire l’astronomia che fino ad allora si era limitata alla misura delle posizioni degli astri in cielo. Alcuni astronomi italiani si rendono conto che aggiungendo uno spettroscopio possono impiegare in modo del tutto nuovo e creativo i modesti telescopi a loro disposizione dischiudendo un campo d’indagine inesplorato. In un certo senso cambiano
le regole del gioco e per alcuni anni costringono gli altri ad inseguirli, aprendo la strada all’astrofisica del XX secolo. Il pioniere in queste ricerche è padre Angelo Secchi, un gesuita del Collegio Romano che affronta una rassegna generale degli spettri stellari e ne tenta una classificazione. Nel 1871 nasce la Società degli Spettroscopisti Italiani, la prima società scientifica nel mondo dedicata all’astrofisica.

Gli italiani non avevano certo i mezzi per contribuire significativamente alla spedizione lunare immaginata da Jules Verne. Fecero però molto di più.



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